venerdì 9 novembre 2012

Roma cristiana maestra del diritto alle genti. L'inaugurazione dell'anno accademico dello Studio rotale (Tarcisio Bertone)

L'inaugurazione dell'anno accademico dello Studio rotale

Roma cristiana maestra del diritto alle genti


È stato inaugurato nel pomeriggio di giovedì 8 novembre, nello Sala Riaria del Palazzo della Cancelleria, l'anno accademico 2012-2013 dello Studio rotale. Pubblichiamo stralci dell'intervento introduttivo del segretario di Stato e, in basso, della prolusione del decano della Rota Romana.


di Tarcisio Bertone


Il prestigio di cui gode lo Studio Rotale è universalmente riconosciuto e gli stessi Sommi Pontefici ne hanno dato più volte testimonianza. Penso, fra tutti, alle parole del venerabile Pio XII, il quale nella sua allocuzione alla Rota del 1° ottobre 1940 così si esprimeva: «torna a gran vostra lode che lo Studio Rotale e le aule del Tribunale della Rota assurgano ad alta scuola di procedura e di discussione giuridica per il numero sempre crescente di sacerdoti, di religiosi e di laici di ogni regione e lingua dell'universo cattolico, che vi convengono e apprendono come la Roma cristiana non cessi di farsi maestra del diritto alle genti, erede ed emula di quella severa e scrutatrice sapienza, che rese famosi i giuriconsulti cesarei».


Con queste parole il grande Pontefice metteva in luce la fonte primaria dell'autorevolezza di questa istituzione formativa: il vincolo costituzionale con il Tribunale apostolico della Rota Romana, la cui «grandezza -- per usare le parole di Pio XI, nel discorso alla Rota del 1° ottobre 1930 -- [...] viene dalla maestà della Chiesa Cattolica e della Santa Sede» e la cui auctoritas in campo giuridico riposa su una plurisecolare tradizione giurisprudenziale, che l'ha resa punto di riferimento per i cultori della scienza del diritto ben al di là dell'ambito strettamente ecclesiastico. Tale vincolo è manifesto sia nella superiore moderazione dello Studio, riconosciuta al decano della Rota, sia nell'estrazione dei docenti, che sono scelti in primo luogo fra i prelati uditori e gli officiali del Tribunale -- senza escludere altri nelle materie di più stretta caratura tecnico-scientifica --, sia, infine, nella materia viva delle esercitazioni, che è tratta dalle cause trattate e decise presso il medesimo Tribunale apostolico.


Da tale legame, nelle sue declinazioni appena accennate, scaturisce anche il carattere peculiare di questa scuola. In essa i tirones non acquisiscono una formazione meramente teorico-accademica -- che anzi è data per presupposta, come si evince dai requisiti di ammissione --, ma vengono introdotti nella concretezza dei casi trattati, ricevono in mano i fascicoli delle cause, e mediante lo studio di questi, principalmente degli atti formati in seno al Tribunale, possono impadronirsi dello stylus Curiae nell'accezione più elevata, non solo come tecnica formale e redazionale (comunque preziosa, con i suoi canoni fondanti di sobrietà, di precisione, di discrezione), ma principalmente come modus procedendi caratterizzato dal severo rispetto delle procedure, dalla ponderatezza delle decisioni, dalla ferrea osservanza della dottrina non disgiunta dall'attenta considerazione dei risvolti umani e personali del singolo caso, nell'ottica superiore della salus animarum e della promozione della comunione ecclesiale.


In altre parole lo stylus che qui si trasmette e si acquisisce è una sorta di habitus interiore a sentire cum Petro nella trattazione delle questioni giuridiche dei fedeli. Sentire che, a sua volta, non dev'essere certo inteso riduttivamente come una sorta di vaga consonanza emotiva, ma richiede un'adesione ferma e solida al Magistero pontificio: un sentire, quindi, che è insieme del cuore e della mente.


Per questo motivo è fortemente auspicabile che ai numerosi laici che al presente frequentano i corsi dello Studio Rotale si aggiungano sempre più numerosi chierici, sì da formare un ideale ponte fra la Curia romana e le curie diocesane, nelle quali quello «stile» possa così diffondersi e operare come lievito efficace di crescita dell'unità cattolica. In tal modo si esplica, altresì, mediante la conoscenza sempre più diffusa della retta giurisprudenza (cfr. art. 35, § 3 Dignitas Connubii), quel munus di promozione dell'unità in campo giurisprudenziale che al Tribunale della Rota corrisponde per missione istituzionale (cfr. art. 126 Pastor Bonus), quale trasparente riflesso del carisma petrino a fondamento dell'unità della Chiesa.


Lo Studio rotale, in tal modo, diviene uno degli alvei attraverso i quali si diffonde la romanità della Chiesa, mediante la formazione di giudici e avvocati che poi saranno destinati ad operare nelle più distinte regioni del globo. È vero che le facoltà pontificie romane sono già di per sé un luogo privilegiato, in cui tale dimensione della Chiesa cattolica viene appresa ed assimilata nella vicinanza -- anche fisica -- alla Sede di Pietro; ma nello Studio del Tribunale apostolico essa, per cosi dire, si respira a pieni polmoni, a stretto contatto con l'operato giudiziale di un'Istituzione che agisce con potestà vicaria, amministrando la giustizia in nome di Colui che occupa la Prima Sedes.


Si realizza così una feconda interazione fra le istituzioni della Santa Sede e le Chiese particolari, che corrobora il dinamismo tipicamente cattolico dell'unità nella molteplicità. Lo sottolineava già il Papa Pio XI nel già citato discorso del 1930, rallegrandosi «dell'aumento dei giuristi che hanno frequentato lo Studio del Tribunale. Veramente è in questo fatto una grande promessa di reciproci vantaggi che dal centro si diffonderanno alla periferia e dalla periferia ritorneranno al centro. È perciò degno di ampia lode il gesto dei Vescovi che, anche da regioni lontane, hanno mandato i loro sacerdoti a Roma ad apprendere, frequentando lo studio del Tribunale della S. Rota, come le cause vanno trattate e si trattano». Il Santo Padre, pertanto, non mancava di proporre «questo gesto alla imitazione di tutti».


Presiedo perciò con viva gioia questo atto accademico poiché, come segretario di Stato di Sua Santità, ho l'onore e l'onere di trasmettere la sollecitudine del Papa per la retta formazione di quanti sono chiamati a operare nella vigna del Signore. Mi unisco pertanto nell'appello ai pastori delle Chiese locali, affinché favoriscano l'afflusso dei chierici dalle loro diocesi allo Studio Rotale.


Appare a questo punto utile sottolineare un altro aspetto da cui discende l'indiscusso prestigio dello Studium Romanae Rotae, vale a dire la sua veneranda antichità. Risorto in concomitanza con la Rota restituta da san Pio X nel 1908 per impulso del decano cardinale Lega e riformato da Pio XII con il decreto Nihil antiquius dell'8 giugno 1945, ad iniziativa del decano cardinale Jullien, in realtà, in forme diverse, cioè incentrate sulla frequenza e il tirocinio espletati presso i singoli prelati oditori, lo Studio risulta operante da tempi assai più antichi. Il Secreto di Rota Giuseppe Bondini alla metà dell'Ottocento poteva affermare: «in questo Tribunal della Rota, con particolare laude sua, grado così rilevante occupano i suoi studî, che non solo non se ne potrebbe far senza, ma si taglierebbe a metà la storia di lui, e la si disconoscerebbe, non parlandone», evidenziando come «gli Auditori della sagra Rota romana con la presente istituzione degli studî [...] acquistaronsi laude somma, e crebbero in estimazione vie maggiormente grande».


Vale anzi la pena di rammentare che, nel tempo di inattività del Tribunale apostolico della Rota, seguito agli eventi del 1870, l'uditore e poi decano Giovanni Battista De Montel, ragionando sui motivi che avrebbero dovuto consigliare il suo ripristino, annoverava come non secondario quello appunto della riapertura dello Studio, in funzione della sua alta missione formativa: «si ripristinerebbe -- egli affermava -- una scuola pratica utilissima pei giovani ecclesiastici che amano dedicarsi allo studio della giurisprudenza... E con ciò sarebbe risoluta la difficoltà di formare buoni Canonisti, la cui penuria si fa sentire ogni giorno più».


Ora, dunque, più di un secolo è trascorso da quando lo Studio Rotale ha riaperto le sue aule agli allievi, e in tale fecondo periodo esso, oltre a formare capaci giudici ecclesiastici -- spesso poi assurti al grado di prelati uditori --, e validi avvocati laici, sovente resisi celebri anche nelle università civili (vorrei fare solo qualche nome tra i più insigni: Pio Ciprotti, Pio Fedele, Renato Baccari, Pietro Agostino d'Avack, Vincenzo Del Giudice, Ermanno Graziani, Luigi De Luca...), si può ben dire che ha operato quasi come un seminarium Curiae, dando alla Chiesa una fitta schiera di superiori e officiali della Curia romana, tra i quali mi consentirete di ricordare almeno un mio illustre predecessore nella carica di segretario di Stato -- il cardinale Amleto Giovanni Cicognani.


Questo radicamento storico è importante non perderlo di vista, giacché la Chiesa è immersa nella storia, in quanto il suo fondatore ha scelto di incarnarsi e ha voluto che l'istituzione che ne perpetua il messaggio salvifico viva nelle faticose pieghe della vicenda umana. Mi riallaccio così in qualche modo al tema della prolusione che terrà a breve l'eccellentissimo decano, tema che considero di grande interesse innanzitutto perché senza storia non c'è memoria e senza memoria non c'è un degno presente né una credibile proiezione verso il futuro.


La storia della Chiesa si incarna nelle persone che in essa hanno ricevuto, per disposizione provvidenziale, la responsabilità e la missione di servirla nei diversi uffici e pertanto la conoscenza della storia della Chiesa, con uno sguardo che consenta, al di là delle vicissitudini dei singoli, di cogliere le grandi tensioni ideali e spirituali che la accompagnano e la guidano nelle turbolenze dei tempi, è corredo essenziale di qualunque scienza ecclesiastica, a partire dal diritto canonico.


(©L'Osservatore Romano 9 novembre 2012)

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