venerdì 12 ottobre 2012

Sinodo. Mons. Warduni: nei Paesi musulmani si può evangelizzare solo con la testimonianza


Sinodo. Mons. Warduni: nei Paesi musulmani si può evangelizzare solo con la testimonianza 

Al Sinodo è risuonato anche il grido dei cristiani dell’Iraq. In questo Paese, provato da anni di guerra, la piccola comunità cattolica offre la sua silenziosa testimonianza di carità, come unica forma possibile di evangelizzazione. Al microfono di Paolo Ondarza sentiamo il vescovo ausiliare caldeo di Bagdad Shlemon Warduni che partecipa in Vaticano ai lavori sinodali:00:03:34:73

R. - Vengo con grande entusiasmo, con grande letizia. La Chiesa è chiamata sempre a rinnovarsi. Come diceva Papa Giovanni XXIII, all’apertura del Concilio Vaticano II: “La Chiesa deve scuotere la polvere accumulata”. Questo Sinodo muove tutte le forze della Chiesa perché vogliamo arrivare a compiere ciò che Cristo vuole da noi: “Andate e predicate. Fate miei discepoli tutti gli uomini della Terra”. Per questo motivo noi dobbiamo riunirci e chiedere la grazia dello Spirito Santo, per poter conoscere ciò che Lui dice, Lui vuole, non ciò che vogliamo noi. La nostra testimonianza influisce sulle persone quando vedono le nostre opere.

D. - Qui al Sinodo è rappresentata la Chiesa universale. Ma nello specifico della Chiesa che lei rappresenta, che cosa vuol dire parlare di nuova evangelizzazione?

R. - Nei Paesi musulmani non si può quasi parlare dell’evangelizzazione, perché la gente pensa che la propria religione sia la prima tra tutte le religioni. Non è consentito convertirsi al cristianesimo, quindi non si può evangelizzare. Tuttavia per noi evangelizzare è una questione vitale. Vivere ciò che il Signore vuole da noi, testimoniarlo con la nostra vita, è già una predica, è una nuova evangelizzazione. Come vivevano i nostri cristiani all’inizio? Noi dobbiamo tornare a quella vita, per poter testimoniare la fede agli altri.

D. - Il Papa ha detto: “La Fede deve albergare nel cuore, ma poi deve trovare spazio nella bocca”, quindi essere proclamata. La testimonianza dei cristiani in Iraq può offrire un esempio di coraggio alla Chiesa Universale?

R. - Certamente è una grande consolazione per noi il fatto che i nostri cristiani vivano la loro vita come Cristo ha insegnato. Dobbiamo predicare il Vangelo dai tetti. Però dobbiamo fare questo con grande sapienza, con grande saggezza, per non spingere gli altri a dire: “Vogliono farci cristiani”. No, occorre saper dire le parole giuste al momento giusto. Per esempio, quando organizziamo un raduno nelle nostre chiese annunciamo che Dio è amore. Loro apprezzano la nostra esortazione ad amarci gli uni gli altri, a vivere in comunione. Il nostro comportamento, le nostre attività caritative, li spingono a dire: “Allora è questo il cristianesimo! Perché noi dobbiamo andare contro il loro Dio mentre loro ci fanno del bene e ci esortano ad amarci gli uni gli altri?”.

D. - Qual è il suo augurio per questo Sinodo sulla nuova evangelizzazione?

R. - Il mio augurio è che tutte le forze della Chiesa si uniscano, facciano presente al mondo che il cristianesimo non arretra di fronte alle nuove sfide. Il cristianesimo va avanti nel Signore: Lui ci ha detto: “Non abbiate paura!". Dunque, predichiamo a tutte le genti con la nostra vita, anche a costo di perderla.

Senza donne non ci sarà la nuova evangelizzazione. Il riconoscimento della presenza femminile all’interno della comunità ecclesiale è stato rimarcato nei giorni scorsi al Sinodo. Impegnata sul fronte dell'annuncio è suor Luisa Ciupa, vicepresidente della Commissione per la catechesi della Chiesa greco-cattolica ucraina. Paolo Ondarza l'ha intervistata:

R. - Prima di tutto noi evangelizzatori, catechisti, oggi dobbiamo predicare la Buona Novella e portarla a tutte le persone che Dio ci dona, ci fa incontrare; dobbiamo portare loro il Cristo vivente perché il nostro non sia solo un annuncio di un evento storico, ma di un evento attuale, una vita, che è vita oggi.

D. - La Catechesi deve nascere da un incontro con il Risorto nella propria esperienza di vita…

R. - Un incontro personale, perché la Catechesi in sé non è solo una trasmissione della Dottrina ma è una relazione: deve proporre una persona viva: Cristo. Oggi siamo nell’epoca dell’immagine, della tecnologia. Dobbiamo usare questi nuovi mezzi di comunicazione per l’evangelizzazione.

D. - Secondo lei, come mai oggi c’è una certa pavidità, una certa timidezza nel testimoniare? Si pensa che la fede - tutto sommato – debba essere relegata nell’ambito privato…

R. - Questa è una delle sfide. Oggi viviamo la tentazione di tenere fuori dal dibattito pubblico tutto quello che è sacro. Fare un gesto, un segno della Croce passando davanti a un tempio, a una chiesa, è una testimonianza della nostra fede, la manifestazione che crediamo in Cristo che è nato per me, è morto, è stato crocifisso, ma è risorto e vive. E c’è anche un’altra tentazione, quella di dire: “Non importa oggi se tu appartieni a una comunità confessionale o ad un'altra, che tu sia cattolico, o altro. Dio è uno per tutti, è uguale per tutti. A volte non lo chiamano neanche “Dio” ma, un’entità superiore, “una forza dall’alto”. Queste sono cose che vanno sradicate dal nostro modo di pensare. Ecco allora che la catechesi deve venire incontro per aiutare a conoscere più in profondità Cristo e vivere in Lui.

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1 commento:

Ambrosiano e cattolico ha detto...

Anche da noi, come dappertutto, si evangelizza solo con la testimonianza!